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| La prima lezione della Mongolia |
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| Written by P. Piero Trabucco, imc | |
| Sunday, 12 February 2006 | |
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15 novembre 2003 Carissimi Missionari, A fine ottobre, al termine della visita canonica alla Delegazione della Corea, ho potuto trascorrere alcuni giorni con i confratelli e le consorelle della Mongolia che sono attualmente alle prese con la prima ambientazione e con lo studio della lingua. Come ben sappiamo, il progetto Mongolia prese le mosse dagli orientamenti del X Capitolo Generale (XCG); venne caldamente incoraggiato dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e trovò subito l’appoggio fraterno da parte della minuscola comunità cristiana esistente in quel territorio. Sono trascorsi quasi tre anni tra il primo contatto con quel Paese e l’arrivo dei missionari. Questo tempo di preparazione ha avuto momenti belli e anche altri di sofferenza. Tra i primi voglio ricordare soltanto l’invio missionario che il Card. Crescenzio Sepe, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ha fatto nel Santuario della Consolata a Torino, il giorno di Pentecoste del 2002. Dopo avere ricordato i cento anni dalla partenza dei primi missionari per il Kenya, il Cardinale così esortava nella sua omelia: “L’Asia ha bisogno di missionari. Questi fratelli e sorelle che oggi ricevono il crocifisso andranno con lo stesso spirito con cui sono partiti i primi quattro, cent’anni fa: portando con loro solo la fede, il coraggio di Cristo, la santità dello Spirito che rende testimoni autentici dell’amore... Partite per l’Asia perché il mondo intero possa glorificare Dio che ci è Padre, che ha mandato il Figlio e ci ha donato lo Spirito”. Non posso in questo momento, però, non ricordare anche la difficoltà di salute di P. Paolo Fedrigoni, insorta proprio durante la preparazione immediata dei Missionari per la partenza. Se in un primo momento essa ha causato sentimenti di sconcerto e di smarrimento, in seguito ha spinto tutti ad affidare l’incipiente missione nelle mani della Provvidenza che guida sempre i corsi della nostra storia missionaria, al di là dei nostri propositi e dei nostri programmi. Rileggendo in questi giorni il cammino finora percorso, mi è parso di comprendere che la Mongolia sta già offrendo all’Istituto una lezione, ancora prima che i nostri confratelli abbiano dato il via alla loro attività missionaria. Cerco di esprimerla, quasi fosse la risposta ad alcuni quesiti che possono nascere spontanei in noi. 1. “Perché una nuova apertura quando l’Istituto non sta crescendo numericamente?” È lo stesso XCG a rispondere a questo interrogativo, quando, pur cosciente della situazione non ottimale di personale nell’Istituto, sollecita una seconda apertura in Asia. Lo fa partendo dall’urgenza di annunciare Cristo a coloro che non sono cristiani. Dice al riguardo: «L’annuncio del vangelo a popoli e gruppi umani non ancora evangelizzati, con preferenza per quelli più bisognosi e trascurati, sta al primo posto tra le attività corrispondenti al nostro fine (cf. Cost 17). In questo contesto il Capitolo riserva un’attenzione privilegiata all’Asia, perché è il continente più popolato del mondo e con meno presenza cristiana, ove s’incontrano le grandi religioni e Paesi immersi nella povertà. I documenti stessi della Chiesa invitano a scegliere l’Asia con urgenza come priorità della Missione ad gentes (cf. RM)» (43-44). E stabilisce che «la Direzione Generale nel primo triennio [...] avvii lo studio di un’apertura in Asia, che attuerà nel secondo triennio» (44). C’è inoltre un altro motivo, forse altrettanto vero perché forma parte dell’indole stessa della nostra vocazione missionaria. Lo aveva già intuito il Padre Fondatore, quando all’origine dell’Istituto, sognava i suoi missionari costantemente in moto per evangelizzare il mondo: «L’opera è sua, il Signore l’ha benedetta, e come si è fatto del bene nel Gikuiu così nel Kaffa; io non vedrò, ma forse andrete anche nel Giappone, Tibet; come San Francesco Zaverio che voleva girare dalla Cina, Russia, Germania, e convertire tutto il mondo» (Conf I, 610). L’itineranza infatti, come fu nella vocazione missionaria dell’apostolo Paolo, è una delle componenti indispensabili del missionario di ogni epoca. Egli va, predica, forma comunità e poi si dirige altrove verso nuovi lidi e frontiere alla ricerca di un ad gentes che mai mancherà. La stessa itineranza è pertanto anche una componente essenziale di ogni Istituto missionario, il quale deve mantenere sempre fisso il suo sguardo verso nuovi orizzonti, se vuole essere fedele alla propria indole missionaria. Compiuta la sua opera, esso si ritira o ridimensiona la sua presenza in un dato Paese o Chiesa per rivolgersi altrove, senza attendere la piena maturazione della sua seminagione. È sempre istruttivo rileggere le parole profetiche dei grandi Missionari del passato. Ricordiamo a questo proposito quanto scriveva Mons. Marion Brésillac, Fondatore della Società delle Missioni Africane (SMA), ben 150 anni or sono: «Missionario apostolico, tu non sei né parroco, né vescovo del luogo che amministri. Più a lungo vi dimorate, più vi dovete umiliare davanti a Dio, poiché è una prova che Dio non ha benedetto i vostri sforzi. Lo sbaglio forse non dipende da te, ma forse tu non puoi esimerti dal fare qualche rimprovero. Felice il missionario che fonda chiese, e appena le vede stabilite corre altrove per fondarne delle nuove! Questi non porta invano il nome di apostolico, contraddittorio invece presso coloro che vogliono stabilirsi e regnare in quei luoghi» (I Grandi Testimoni del Vangelo, Roma 1992, pp. 244-245). A lui fa eco il Beato Paolo Manna: «Si dice che i missionari sono e sono stati pochi; ma chi si avvede che la quasi totalità dei missionari oggi sparsi pel mondo sta facendo un lavoro che dovrebbe essere fatto dai sacerdoti indigeni? Se i missionari facessero i missionari e non i parroci, essi non sarebbero pochi» (Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione). 2. “Perché andiamo in Mongolia se non ci sono cristiani?” Un simile interrogativo, sulla bocca di un missionario, potrebbe suonare come una stravaganza o una facezia. Eppure ci è capitato di ascoltarlo da più di un confratello, espresso anche con una buona dose di rammarico e sorpresa. Perché scegliere di andare in un Paese dove non ci sono cristiani – pare si voglia dire – mentre noi siamo alle prese con comunità cristiane numerose e fervorose, sempre pronte e disponibili a ricevere le nostre cure pastorali e che possono occupare tutte le ore delle nostre giornate? La risposta è talmente ovvia da appartenere all’abc del nostro credo missionario: andiamo in Mongolia proprio perché non ci sono cristiani! L’Istituto è stato fondato per evangelizzare i non cristiani e per la stessa ragione ciascuno di noi ha deciso di diventare Missionario della Consolata. I cento anni di vita dell’Istituto hanno accresciuto il ventaglio di scelte apostoliche in ambito cristiano, la seminagione fatta nei primi tempi in tanti Paesi dell’Africa è diventata oggi messe rigogliosa, l’aiuto alle Chiese in necessità, soprattutto in America, ci ha spinto ad assumere la cura pastorale di comunità cristiane numerose. E così, poco a poco e quasi inavvertitamente, quello che doveva essere un servizio temporaneo è diventato la nostra maniera abituale di fare missione, al punto che ci stupiamo perfino se l’Istituto decide ora di dare una decisa sterzata nel senso giusto, cioè verso i non cristiani. L’ultimo Capitolo Generale così spiega perché dobbiamo ritornare ad evangelizzare i non cristiani: «L’articolo 17 delle Costituzioni elenca le attività corrispondenti al nostro ad gentes, indicando in primo luogo ciò che veramente è costitutivo in relazione al fine dell’Istituto: “l’annuncio della Buona Notizia ai popoli non ancora evangelizzati”. Siamo inviati alle frontiere della Chiesa, ai gruppi umani che non conoscono o non hanno ancora accolto Gesù Cristo. Questi e i nuovi “pagani” di oggi sono la ragione d’essere dell’Istituto. Lo esprimeva chiaramente il Fondatore quando diceva: “noi siamo per i non cristiani”. Questo sta al primo posto nelle intenzioni di chi entra nell’Istituto; è il fondamentale principio ispiratore di qualsiasi attività che ha a che fare con l’animazione missionaria e vocazionale, la formazione, l’organizzazione, le attività di apostolato. Questo è stato l’anelito di generazioni di Missionari. Alcuni si sono distinti in modo singolare. Tra tanti, ricordiamo solamente Mons. Filippo Perlo e, tra i più recenti, Mons. Cavallera, che dopo aver consolidato la Chiesa di Nyeri, ricominciò da capo, sotto la tenda, tra i non ancora evangelizzati» (40-41). I cristiani in Mongolia sono poco più di un centinaio, pertanto la preoccupazione prima e precipua dei nostri Missionari sarà quella di annunciare Cristo e testimoniarne il vangelo a coloro che non lo conoscono. Sarà inizialmente questa la loro esclusiva area di attività e l’obiettivo primo di ogni loro preoccupazione apostolica. 3. Perché una fondazione assieme alle Missionarie della Consolata? Il Nono Capitolo Generale scrisse una bella pagina sulla comunione e collaborazione che devono sempre esistere tra noi e le Missionarie della Consolata. Tale testo venne poi inserito nell’appendice degli Atti capitolari. Il XCG, sebbene abbia trattato questo tema in maniera più scarna, lo ha fatto però con maggiore efficacia. Lo inserì nel capitolo della nostra identità. In esso si afferma: «Il fine, lo spirito, le caratteristiche dell’Istituto, la paternità del Beato Padre Fondatore sono motivi validi e profondi di unione con le Missionarie della Consolata, che riteniamo sorelle, animate dallo stesso carisma e spirito. Il comune Fondatore volle che la Missione si compisse al maschile e al femminile. Con la fondazione dell’Istituto delle Missionarie della Consolata, egli intendeva ottenere una complementarità feconda per l’evangelizzazione e anche per lo spirito di famiglia e l’unità di intenti con cui voleva si compisse» (21). In altre parole, il Capitolo ci dice che non possiamo più programmare la nostra missione di oggi e di domani senza mettere il massimo impegno perché essa si esprima “al maschile e al femminile”, con lo spirito e le caratteristiche volute dallo stesso Padre Fondatore. Questa complementarietà deve essere perseguita da noi come un grande valore che tocca la nostra stessa identità, così come volle il Beato Allamano. Il progetto della Mongolia ci può già insegnare che tale obiettivo è possibile e realizzabile, quando si rispettano alcuni criteri. - Ogni progetto sia studiato fin dall’inizio di comune accordo e sia poi accompagnato in unità di intenti in tutte le sue fasi di realizzazione; - Sia sempre rispettata una reale parità dei due Istituti, sia nella sua progettazione che nella sua realizzazione; - Sia ricercata e poi rispettata la dimensione della complementarietà; - Vengano costantemente tenuti presenti i valori del nostro comune carisma. Il Fondatore non può che godere di questa realizzazione voluta in unità di intenti dai suoi figli e dalle sue figlie fin dal momento della sua progettazione. Gioirà pure ogniqualvolta i suoi Missionari sono attenti a concretizzare il suo carisma nell’attenzione ai segni dei tempi che esigono modalità forse nuove e l’uso di mezzi che la nostra storia passata non aveva forse ancora scoperto e utilizzato. 4. Che senso può avere un piccolo gruppo di Missionari in un Paese tanto lontano? Senza dubbio la Mongolia sta aprendo un capitolo inedito nell’attuale panorama missionario dell’Istituto. Infatti, in tutte le Chiese dove stiamo attualmente svolgendo il nostro servizio missionario, operiamo solitamente in comunità cristiane fiorenti, numerose e vivaci. La Chiesa in Asia necessita invece di una missione fatta di piccoli numeri; è cosciente della propria esiguità e anche della propria mancanza di potere; si caratterizza per la modestia e la povertà; è aperta al dialogo, al confronto, all’accoglienza; è cosciente che la sua sola forza sta nell’autenticità del suo messaggio e della sua fedeltà a Cristo. La Mongolia, ora, ci fa intravedere come possano esistere nel futuro del nostro Istituto altre vie per fare missione, diverse forse da quelle passate e realizzate in altri Continenti, il cui significato trova la sua ragion d’essere nella parabola evangelica del seme che cade in terra e muore per dare vita, oppure in quella del lievito posto nella farina che, scomparendo, fa lievitare una grande quantità di pasta. La Chiesa costituisce senza dubbio un’infima minoranza in Mongolia. Tale realtà costituisce una situazione di privilegio, se vogliamo osservarla partendo dall’ottica evangelica, che difficilmente possiamo riscontrare invece in altri Continenti dove svolgiamo attualmente la nostra missione. Tale situazione spinge a puntare tutta l’attenzione sulla qualità della vita e della azione apostolica più che sui numeri. Essa esige cioè il massimo impegno perché ciascuno sia sale che dà sapore e seme che genera vita. Se l’Asia è il Continente missionario del ventunesimo secolo – come è stato detto più volte e ribadito da più parti nei documenti della Chiesa – ne consegue che questo è il nuovo metodo della missione con cui dobbiamo sempre più familiarizzarci e che anche il nostro Istituto deve poco a poco imparare. La realtà missionaria dell’Asia, caratterizzata da piccolezza e modestia, sottolinea e favorisce anche un’altra importante dimensione della nostra evangelizzazione e del nostro carisma di Missionari della Consolata: la comunione con la Chiesa. “Amore al Papa” la chiamava il nostro Padre Fondatore; “sentire cum Ecclesia” è denominata dal documento Vita Consecrata che ricorda così un’antica espressione patristica; “passione per la Chiesa” è un’altra espressione plastica per esprimere un elemento sempre tanto sentito da tutti i missionari e dai grandi apostoli di ogni epoca. Fare missione quando non siamo noi la forza determinante o il gruppo egemonico spinge spontaneamente ad allacciare ponti con tutte le forze vive della Chiesa, iniziando dal Vescovo, dai Sacerdoti e Religiosi, dal laicato attivo, fino ad includere tutto il popolo di Dio. Con loro ci sentiamo allora Chiesa viva e ricca di tanti carismi diversi, ma sempre un solo corpo. Quello che manca a noi in personale e in mezzi apostolici lo troviamo presente in altre forze e realtà ecclesiali. E in noi matura poco a poco una mentalità più comunionale e aperta che ci porta ad esclamare con S. Paolo: “purché Cristo sia annunciato!” 5. Quale strategia abbiamo per una missione tanto diversa? Dobbiamo confessare che di fronte all’enigma della Mongolia ci sentiamo veramente “a mani vuote”, come ci suggerirebbe il titolo di un documentario missionario di alcuni anni addietro. In Asia il nostro Istituto ha solo un’esperienza limitata alla Corea, mentre della realtà della Mongolia non ha alcuna conoscenza. Eppure il cuore ci dice che questa situazione deve essere da noi considerata un “vantaggio” perché ci permette di avviare questa missione in umiltà, in punta di piedi, veramente come persone che vanno a mani vuote, ma che allo stesso tempo sono tanto desiderose di imparare. Una strategia missionaria i nostri missionari la scopriranno a poco a poco, a fianco delle altre forze vive di quella piccola Chiesa. La ricerca di un metodo missionario non deve essere, in questo momento, la loro principale preoccupazione. Più importante di ogni cosa è cercare invece di avviare la nostra presenza nella maniera corretta, mettendo l’accento sulla qualità e lo stile del nostro essere, e sugli atteggiamenti d’animo che permettono di crescere in quella che potremmo chiamare una spiritualità missionaria per l’Asia. Due sono le dimensioni che auspico vengano sottolineate in maniera particolare: 1. Sguardo attento e contemplativo Esso ci permette di percepire con chiarezza che quella missione è il Signore che ce l’ha preparata. È lui che ha guidato i nostro passi verso quel Paese e quel popolo. Dobbiamo pertanto continuare a interrogare costantemente il Signore, nella preghiera e nel discernimento comunitario, per avere da Lui indicazioni utili sui sentieri da intraprendere, su quelli cioè che Lui vuole da noi. Questo sguardo attento e contemplativo ci permetterà di leggere attorno a noi i “segni” che rivelano il suo intento e la sua volontà. Certamente sarà esigente il cammino di purificazione che viene richiesto, perché tante possono essere le certezze che dovranno lasciare luogo al “solus Deus”, a quel silenzio paziente di fronte a Dio, proprio della mistica orientale. Paradossalmente questa fede in Dio ci porterà ad appoggiarci su chi ha percorso il cammino prima di noi, sulla Chiesa locale e sulle intuizioni che possono venire da coloro che hanno più esperienza di noi. L’Asia, forse più di ogni altra missione, ci fa sentire che non siamo mai protagonisti ma sempre e solo dei collaboratori. 2. Apertura al dialogo Il dialogo è un elemento basilare della spiritualità del missionario d’oggi, operante in qualsiasi angolo del globo, perché significa innanzitutto rapporto con la Parola che interpella la persona ogni giorno e fa sì che non sia mai sola ma abbia sempre un rapporto vitale con un Altro. Questa prima e fondamentale forma di dialogo permette al missionario di guarire dalle forme di egoismo e dalle chiusure che nascono inesorabilmente nella vita missionaria e apre positivamente a tutte le realtà circostanti. La Chiesa dell’Asia, inoltre, richiede la spiritualità del dialogo come prerequisito indispensabile per fare evangelizzazione ed essere presenti in questo Continente, accentuandone in maniera particolare tre aspetti: - Il dialogo con i poveri che consiste non solo nell’essere solidali con chi è nel bisogno ma nel sapere cogliere nei gemiti o nelle loro proteste dei necessitati la parola stessa di un Dio liberatore che ci interpella e ci chiama a conversione. Nessuno che faccia missione in Asia potrà dimenticare che la maggioranza della popolazione di questo Continente è costituito da persone indigenti ed emarginate. - Il dialogo con le culture, più che limitarsi al solo ambito intellettuale, richiede invece al missionario di vivere con simpatia le peculiarità del Paese che lo accoglie, quali possono essere il linguaggio, il cibo, i rapporti umani, i costumi familiari, il folklore o la letteratura, le tradizioni filosofiche e mistiche. Questo è un impegno che dovrà durare tutta la vita. - Il dialogo con le religioni ci porta al cuore della missione in Asia. Esso significa non solo conoscere le religioni della gente con la quale viviamo, ma sapere trovare in esse la parola di Dio che parla a noi tutti. Vivere la nostra fede cristiana in profondità significa viverla in questa atmosfera di apertura sincera e fraterna con coloro che aderiscono ad altre convinzioni religiose, cercando da parte nostra di incontrare il Dio di questi nostri fratelli e sorelle, di gioire di fronte alla sapienza dei loro libri sacri, di apprezzare la varietà di culto al Dio di ogni persona… Termino nella consapevolezza che la lezione che la Mongolia ci può dare è molto più ampia di quanto ho potuto suggerire in queste poche pagine. Siamo ancora tutti intenti nella lettura del primo capitolo sulla nostra presenza in Mongolia. Invito tutti pertanto a guardare con grande simpatia a questa nuova “creatura”, nata nella nostra Famiglia missionaria, e a pregare affinché essa sappia crescere ed irrobustirsi. Esorto i Missionari che sono in Mongolia a volere mantenere una comunicazione costante con i confratelli che lavorano in altri continenti, affinché l’esperienza di ognuno diventi ricchezza per tutti gli altri. Raccontare la missione non è solo un mezzo di animazione missionaria e vocazionale, ma può diventare un autentico travaso di valori che arricchisce tutto l’Istituto. Fraternamente vi saluto nella Consolata, P. Piero Trabucco, imc (Padre Generale)
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